domenica 4 maggio 2008

Real TV

Minneapolis, davanti alla televisione: a casa nostra l’informazione non è libera. La notizia è arrivata persino qui e gli amici non smettono mai di ricordarmelo con retrogusto di sfottò. Per mancanza di coraggio, non ho pubblicato nulla in questi tre mesi, nonostante abbia scritto con regolarità. Prima di partire pubblicherò tutto, evitando il rientro anticipato. Intanto, ho provato a inseguire il miraggio della televisione libera. Ho chiamato la compagnia che fornisce la connessione internet e ho chiesto l’estensione alla televisione via cavo, opzione basic, che permette di vedere in chiaro venticinque canali. La televisione pubblica è ridotta a cinque emittenti, di cui quattro di predicatori con maratone forzate di esegesi. Considerando che la quinta rete trasmette da cinquecento metri da casa e il segnale non riesco a prenderlo, ho fatto un balzo in avanti. Ho trovato la CNN e la BBC e altre emittenti affidabili da cui ascoltare le notizie senza dover andare da Sally’s. Il resto è tele-anarchia e considerando la mia passione per la tv spazzatura direi che la seguo più dei canali seri. Ho scoperto che il rincretinimento, che da noi è organizzato, c’è anche qui, ma in questo caso si capisce che è un effetto necessario per mantenere qualche isola di sensatezza. Nel mio pacchetto tv (soli trenta dollari mensili più trenta di internet e “passo la giornata in poltrona”, come recita lo slogan), quindici canali su venticinque trattano televendite o sono autogestiti da patron in depressione e in forte controtendenza stilistica. Ventiquattro ore su ventiquattro, prestigiosi self made man sponsorizzano i loro prodotti, che vanno dalle assicurazioni sulla vita, alle rivendite di gioielli usati, agli arredamenti dismessi dagli alberghi, al confusion muscle training per diventare dei supereroi dei fumetti. Mastrota sembrerebbe sincero a confronto di Tommy MacAllister che parla (anche lui!) da una scrivania in ciliegio, primo piano sulle suole degli stivali piazzati a fianco del portapenne (sta sempre con i piedi sul tavolo). Rick&Gian che si prendono a schiaffi per il mobile dell’azienda di Lissone fanno quasi tenerezza a confronto dell’aggressività con cui il sostituto del compianto Chef Tony affetta sampietrini nel tentativo di vendere il pericoloso set di coltelli (nota sullo Chef Tony: nel centro commerciale di Minneapolis, il più grande d’America, c’è il suo santuario con tanto di sagoma che propone il ceppo con le lame, as seen on tv). Capitolo a parte, molto più affascinante, sono le televisioni “fatte” dai telespettatori. Si tratta di emittenti locali il cui palinsesto è formato da clip, registrazioni e filmini amatoriali che gli spettatori in grado di pagare vogliono trasmettere. Ce ne sono tre: due sono televisioni etniche, una della comunità somala e l’altra di quella etiope. La terza è davvero interessante per la sua insensatezza: scopro che la gente paga per trasmettere elaborati ridicoli. Capisco così che qui sono già allo stadio successivo, ovvero che il pubblico è diventato ormai acefalo sotto i colpi della stupidità organizzata e non riconosce più la bontà di avere emittenti responsabili. Ci sono, ma i canali più gettonati sono altri. La domenica mattina, il club dei cinofili manda in onda due ore di interviste a catena a padroni e veterinari a cui vengono rivolte domande ovvie che terminano tutte con un gingle la cui unica strofa è I love my dog cantato da voci bianche. Il montaggio è realizzato in modo che l’intervista finisca sempre con un primo piano dell’intervistato che dice because dando il via a trenta secondi di gingle a motivare la risposta. A Nazzareno Balani verrebbe un infarto. Segue un programma di musica leggera (primo video) in cui un uomo canta dall’angolo in basso dello schermo. Non cambia mai niente, nemmeno la canzone, si vede la faccina, il resto è l’ufficio. Il rincretinimento aumenta senza sosta fino all’arrivo del delirio di mezzanotte. C’è un secondo programma musicale, condotto da un individuo che porta almeno due paia di occhiali, di cui uno sulla fronte. Lo sfondo è psichedelico, lo scopo non esiste: i concorrenti, supposti tali, chiamano e cantano la prima cosa che gli passa per la testa per vincere un premio non specificato (perchè anch’esso inesistente). Di norma, i concorrenti sono stonati e le canzoni deprimenti, voci da un manicomio su uno sfondo di allucinazioni da LSD (vale la pena di vedere il secondo video fino alla comparsa dei due conduttori con il pollo di gomma con gli occhiali stile Mondaini). Più abbordabile è il canale etiope, che alterna programmi musicali della Sabatan Music Television, The Cities Sound, a storie di vita narrate da Rashad Hasan e seguite da breve dibattito in studio. Le storie sono parabole di comportamento del perfetto gentiluomo etiope, con tanto di morale e costante richiamo al valore delle tradizioni, che vanno conservate anche lontano dalla patria. Il perfetto etiope aborrisce la violenza del rap, veste abiti tradizionali, in ogni occasione porta i mocassini, non guida SUV ed è ecosostenibile. Spesso rimprovera la moglie, ma con indulgenza (la moglie non replica mai). Non sorride molto, ma neanche si lamenta, è uomo di straordinaria pacatezza. Evidentemente si scatena in privato con l’emittente musicale. Il momento di aggregazione avviene durante il karaoke. Il pezzo più accattivante passa sotto l’interpretazione di un militare che canta sullo sfondo di una bandiera del fronte di indipendenza mentre gli spettatori si alzano per andare a toccarlo in segno di ammirazione (nota per Reno: secondo me il pezzo ti piace, almeno la base). Ormai passo ore a guardare la televisione. Credo in tutti i tipi di contratti: nel contratto con gli Italiani, nel contratto con gli Americani, nella scrivania in ciliegio, nella stanza ovale, nei consigli di Jarod che va a pescare gli storioni sul rio della Amazzoni, nel set di coltelli che tagliano il marmo, nelle bugie dei bugiardi, nella compassione delle signore che curano i randagi. E che, per la prima volta nella storia del loro club, hanno alzato la voce con l’amministrazione: vogliono che anche in Minnesota, come a Ginevra, per comprare un cane sia necessario fare un test psico-attitudinale per evitare l’abbandono e testare la sincerità del padrone. Non è escluso che anche qui, dai futuri padroni di cani si passi ai magistrati.



Programma di musica leggera: si nota il protagonismo del cantante.
Si vince facile: basta chiamare.

Sabatan Music Television: The Cities Sound.

mercoledì 23 gennaio 2008

Ah che rebus!

Puntata speciale. Dopo essere stato tacciato di dietrologia e di farmi messaggero gratuito di temi sovversivi, propongo ai miei lettori e detrattori questa vera e propria accusa cifrata e ben mirata. Si tratta di una domanda, molto importante. Il suo significato è immediato, non tipo "le fragole sono mature" alla Cossutta. No. L'interessato capirà subito e non potrà esimersi dal rispondere. Basterà una riga, postata nei commenti. Ci tengo. Ma tengo anche ai tentativi di chi vuole indovinare la soluzione. Già immagino il fervore con cui il destinatario leggerà questi passi, l'astuzia con cui decifrerà il messaggio. Forse metterà mano al telefono (lo spero) non so se direttamente dall'ufficio (forse sarebbe meglio lavorare piuttosto che visitare siti di dubbio contenuto come questo) o da casa. Mi rimpacchetteranno, mi daranno il foglio di via. Sicuro.

Il rebus. Il punto di domanda è sottinteso.

lunedì 21 gennaio 2008

Trenta gradi sotto zero

Minneapolis, University Avenue: un vento a 30 gradi sotto zero / incontrastato sulle piazze vuote contro i campanili / a tratti come raffiche di mitra / disintegrava i cumuli di neve. University Avenue, che da Saint Paul fila dritta a Minneapolis per dieci miglia, sembra la prospetiva Nevskij di San Pietroburgo e di Franco Battiato. Il cielo è grigio per le scaglie di neve che il vento rimescola. Certe mattine non si vede oltre dieci metri. Altre, i colori sono elettrici, il bianco è accecante, ma l'aria irrespirabile e il fiato brina contro la sciarpa. E noi che fino a tre giorni fa ci preoccupavamo dell'effetto serra e pregustavamo la conferenza indetta a causa dello scioglimento della neve. Noi pulcini. Noi ambientalisti allarmisti. Noi edonisti fancazzisti, per dirla con Sarti, che speravamo nell'evento per saltare la giornata di prove. Ci sveglieremo alle sette per arrivare controvento in università e non sentire più piedi, mani e gola, mentre un vecchio compiaciuto parlerà del rientrato allarme e, statistiche alla mano, ci rincuorerà sulla severità del freddo. La gente del posto va in giro vestita come noi in autunno o in primavera: il neoacquisto Jake, minneapolitano purosangue, affronta la tempesta con felpa e cappello di lanetta, sotto t-shirt a maniche corte che sfoggia ogni volta che tira fuori qualcosa dal forno del laboratorio. Le giacchette di velluto sono un capo invernale di gran classe e la gonna corta può essere portata con normali calze di nylon. L'altra sera ho visto bambine-virago uscire dalla piscina in sandali e trotterellare verso il pullman (vinceranno medaglie olimpiche e in una decina d'anni cambieranno sesso). Visione che neanche Lisitskij sarebbre riuscito a fotografare. A sottolineare l'importanza della stagione, per le strade sono comparsi i cartelloni giallo blu della campagna antisuicidio, con consiglio salvavita "if you feel depressed, call a doctor" e foto del suicida con anno di nascita e morte. Quando ho domandato un parere all'amico e capitano della squadra Mark H*****, la risposta è stata "lo conoscevo", seguita da un cenno impietoso alla foto, come a dire "e se non s'ammazza uno con quella faccia..." per poi passare a raccontarmi che una volta ha giocato contro una selezione giovanile italiana che schierava in attacco la grande promessa Nello Russo. Io ho ribattuto che più volte ho giocato contro Antonino Lopetuso, per gli amici Lopez e per i nemici Petuso, figlio della portinaia di casa Lulù Oliveira, grande promessa del quartiere persarsi nel fumo e nei Teletutto. L'approfondimento sulla campagna antisuicidio è finito così e meno male che da queste parti la prendono alla leggera perchè il numero dei morti annuali fa concorrenza al nord Europa. Le giacchette di velluto, le battute sui suicidi, le conferenze truffa sull'effetto serra mi fanno pensare che sia un modo per esorcizzare l'inverno. Al supermercato si trovano angurie, ciliege, fragole e pesche. L'organizzazione del semestre sportivo è pressochè invariata, il campo da calcio è usato per l'hockey su prato. La gente fa jogging e riesce a respirare. Il comune ha lanciato per il prossimo week-end il divertente carnevale nella neve per bambini che vogliono prendere la broncopolmonite. Il mio vicino ha coperto con un telo le statue della Madonna, del nano, del leone e del cerbiatto, raccogliendole intorno a un lume per evitare che la neve le sommerga. In sostanza, ha rappresentato un rito pagano nel giardino di casa. Le persone che vengono da fuori si riconoscono per il passamontagna e i giri di sciarpa che avvolgono al collo. Io ho scelto il look Hamas: nella foto, non mi sto preparando per l'Intifada, nè per l'attacco sonoro al Papa, sto soltanto uscendo a fare la spesa. Ho in programma di comprare l'anguria, cercare il maraschino o la panna ed esorcizzare l'arrivo del generale inverno con un piatto estivo. Le previsioni dicono che il picco di minima deve ancora arrivare e la temperatura scenderà a -40°C. Da casa, sotto due strati di coperte e col riscaldamento al massimo, voglio festeggiare il record con un cocktail fresco. Adesso anch'io avrò qualcosa da raccontare ai miei nipoti ai pranzi di Natale. Adesso anch'io come Peppino Prisco andrò avanti anni a infilare la mia campagna di Russia in ogni discorso, suffragando l'importanza del mio punto di vista col fatto che ho preso freddo da giovane. Anch'io. E non sono ceci bianchi sulla spiaggia di Militello.

Prima di fare la spesa.