Minneapolis, casa mia: sul cruscotto della macchina di Marcos un mazzo di fiori secchi copre il bocchettone dell’aria e sparge polvere e petali quando parte il condizionatore. La Hundai è della sua ragazza, che ogni anno ha molti problemi a rinnovare il visto e ottenere i timbri per ripartire da Ho Chi Minh City. La sosta forzata dura circa un mese, perciò gli ha lasciato la macchina. A lui i fiori appassiti ricordano un weekend d’amore nel Tenneesee, a me uno scaramantico non correre papà. Strappare un passaggio al mio vicino e amico Marcos, mi permette di riempire il frigorifero, cosa che in un mese non avevo ancora fatto, dato che la distanza fra la fermata dell’autobus e casa mia è esattamente un miglio e non riesco a portare troppi pacchi. Se devo pensare al concetto di apolide caro allo mia prof di lettere al liceo, Marcos è l’archetipo: gentiori giapponesi, nato e cresciuto a San Paolo, università nel Maryland, dottorato a Minneapolis, ragazza in Vietnam, tre lingue parlate correntemente, nessuno spessore storico (Marcos who? Me?; that weird guy Lula, I know nothing of him; Mussolini? Is he still the chief?). Fa fisiatria, attualmente viviseziona topi e una domenica lo ho aiutato a ingrassare le future vittime: mi dispiaceva, ma non esistono modelli numerici per molti tipi di malattie, un topo costa 1 dollaro ed è simile per certi versi all’uomo (lo avevo sempre sospettato). Marcos fa molte domande sul cibo italiano perché fra le altre cose è un ottimo cuoco: inventa ricette, mi invita sempre a provare le sue zuppe (l’ultima, una peperonata con tocchi di aglio a crudo) e propende per la cucina vegetariana. Passando fra i banchi del supermercato, mi interroga su marche, abbinamenti, modi in cui si mangiano certi formaggi. Io sono sinceramente stufo del pomodoro minnesotese, una specie di highlander del frigo che non avvizzisce nemmeno dopo un mese, dolcissimo, acquoso e inadatto al sugo, della pasta Da Vinci che scuoce dopo un minuto e della cipolla rossa del Wisconsin che scimmiotta quella di Tropea senza averne il sapore. Non cerco prodotti italiani, li evito con cura dal momento che ogni volta mi deludono, compro verdura, carne e riso. Finchè al banco degli insaccati, l’indice di Marcos punta un angolo riparato dal beef loin e dai pork chops: is it Italian? Mild Italian Sausage. La salamella in pacchi da 6 per 3 dollari, c’è il 3 per 2 con sei dollari e ne porto a casa 18. Mezz’ora dopo, 18 salamelle, di cui 6 aromatizzate al finocchio, viaggiano verso casa mia nel bagagliaio della Hundai. Torniamo per le sette e subito ne provo una: scaldo la piastra, un filo d’olio d’oliva, uno spiccho di aglio tagliato fine, un poco di cipolla, apro la salamella a metà e la schiaccio contro la piastra girandola a più riprese su entrambi i lati. Quando è cotta la infilo nel pane, aggiungo fette di pomodoro, cipolla, insalata e maionese: manca il piccante. Il primo morso mi riporta in viale Argonne angolo piazza Fusina, 300 metri da casa. Arabo o francese? Francese Telma, mettici il piccante. Nostalgia canaglia. Metto altre due salamelle sulla piastra, chiamo Marcos e aspetto. Si tratta di un esperimento gastronomico: odia il junk food, schifa hamburger e hot dog. Ma l’esperimento funziona, la salamella gli piace e mi chiede se è molto diffusa in Italia perché in Brasile non ne ha mai mangiate. Vuole il bis. Scaldo una scaglia di Asiago, la aggiungo alla salamella aromatizzata al finocchio, due birrette e si comincia. Finiamo un pacco, tre salamelle a testa, una serata a biascicare e a parlare di donne e insaccati. La salamella, oltre che riuscitissimo esperimento social culinario, fa amicizia e cameratismo: Marcos, di solito riservatissimo, mi guarda fra libri e CD, mi chiede se gli presto le poesie di Neruda che non sa chi sia (immagino lo abbia attirato la copertina), guarda nell’armadio e mi invida la felpa da squatter comprata al Rebelot per 20 euro. L’effetto salamella dura parecchio perché soltanto per l’una e mezza decide di salire nel suo appartmento. Quando chiudo la porta, intravedo l’affare: un chiosco di panini a Copacabana, una mezza con Ciccio per la salama da sugo e il tomino novarese, il centro carni piemontesi che spedisce la salamella da Festa dell’Unità e racchiudo la felicità in quattro metri quadri. Sai che facciamo invece? Partiamo, andiamo in Brasile, ci pensi: in Brasile, prendiamo un piroscafo… Moraldo, un piroscafo e partiamo.
lunedì 30 luglio 2007
sabato 21 luglio 2007
Pool party condominiale
Hennepin, 5th avenue 333: tre palazzi racchiudono una piazza privata con piscina. Uno steccato separa il complesso da un prato sterminato al cui orizzonte si vedono le torri per la raccolta del grano della General Mills. La costruzione è enorme perchè in passato serviva una zona di pianure vaste all'incirca come il nord Italia: oggi è dismessa, ma diventerà per imponenza un monumento. Mi avvicino al barbeque, che sta affumicando il cartello con la convocazione della riunione di condominio e il regolamento per l'utilizzo degli spazi comuni. Il party mi piace per due ragioni: mi ricorda il garage dietro la veranda in cui giocavo a calcio da piccolo; è rivolto a tutto il dipartimento di ingegneria chimica e non manca nessuno. Sono cordiali, non parlano di lavoro e piano piano si presentano tutti, senza mai farmi domande banali. Mi chiedono di scrivere che gli Stati Uniti sono governati da un'oligarchia di una cinquantina di persone che fanno ciò che vogliono irrispettosi del mondo intero. Un giapponese mi prega di non pensare che i suoi connazionali stiano diventado insetti: gli dico che non l'ho mai pensato, mentre dentro di me non vedo laboriose formiche, ma il brulicare di un alveare o di migliaia di scarafaggi. Nessuno è mai stato in Italia, ma mi spiegano che ciascuno è parzialmente italiano per via di parenti immigrati. A parte la nota carbonara, i ragazzi del dipartimento sono innanzitutto dei grandi grigliatori, hanno sistemato due enormi barbeque a lato della piazza e non si fanno mancare niente, ogni ben di Dio è offerto dal padrone di casa, Dave, mio gentilissimo e cordialissimo compagno di ufficio, che festeggia la fine degli esami di dottorato. La piscina è l'attrazione: due obesi fanno tuffi a bomba nel tentativo non dichiarato di svuotarla. Uno è un ricercatore con barba lunghissima, l'altro un post-doct ed entrambi lavorano nel gruppo di elettrochimica. Si chiacchera e si beve molto e tutto scorre con facilità. A colpirmi è il mio compagno di esperimenti, BM. "It is frustrating" mi dice. Ingolla la birra homebrewed, scrolla la testa e si aggrappa alla pianta condominiale, strappandone due rametti. Dal mucchio di vestiti a fianco della pedana per i tuffi prende un berretto, infila i rametti come la penna di un alpino e sistema il tutto in testa. Riprende a bere, barcolla, allunga la mano verso il sedere di una ragazza mentre cerca di parlare con un'altra. BM è molto simpatico, lo apprezzo e lo ritengo davvero geniale, ma comincia a preoccuparmi perchè in due settimane si è ubriacato 5 volte e ha mandato a pallino una quindicina di esperimenti. Non è una cosa grave, gli ripeto che non deve ritenerla frustrante perchè è molto difficile e per niente immediata. Quello che mi preoccupa è il suo umore altalenante. Dall'esito dell'esperimento passa con disinvoltura a confidarmi che non è religioso, che è assolutamente ateo e che non capisce il significato del verbo credere, che non accetta e che gli fa paura. Poi, diventa immediatamente triste e sta zitto. Martedì sera mi ha invitato a casa sua, un monolocale al cui confronto io sono igienista e rupofobo, perchè mangiare pop corn e patatine ammucchiandoli sulla moquette non lo avevo mai visto fare neanche dal più fanatico venditore di Rotowash. Dal frigo ha tolto tutti i ripiani per infilare un fusto da 5 galloni di birra, alto circa 80 cm con riduttore di pressione e tanichetta di anidride carbonica per spillare. BM fa fotografie con una macchina analogica del '70 reflex, le fa sviluppare e mette in quadro le migliori: o è un genio oppure un truffatore che appende foto di Capra o di Newton. La star del party è lui, alterna momenti di amore fraterno, in cui salta, balla e abbraccia i presenti, a momenti di rabbia, in cui insulta gli invitati in italiano (quello che gli ho insegnato) e in inglese. La sua parola preferita è frocio, che sbatte in faccia in continuazione a chiunque gli passa davanti. Il party dura dalle 4 di pomeriggio all'1 e 40 di notte: i venti minuti di margine servono per tornare a casa prima che l'illumianzione stradale venga spenta. Alla fine della festa, BM ha talmente ecceduto che qualcuno pensa abbia detto qualcosa di profetico e abbia seminato l'aria per far fiorire il cielo: nell'andare via, i saluti tra froci si sprecano.
lunedì 16 luglio 2007
Io, Fondriest e la bicicletta
Minneapolis, Dinky Town, da Erik: la bicicletta mi costa 100$, il lucchetto 60. Se devono rubare qualcosa, prendono il lucchetto e lasciano la bicicletta. Erik si presenta in forma di commesso obeso venticinquenne che sazia la mia curiosità con tecnicismi incomprensibili a cui rispondo sempre Jeez. Sarà che mi faccio capire male, ma esco orgoglioso della mia bicicletta marca Jazz, millesimata 99, con U-lock Kriptonite che mi conferirà super poteri. Dopo due metri, svolto nel vicolo a finaco al negozio e con il set di brugole che mi hanno dato in omaggio, abbasso il sellino, aggiusto un poco i pedali e assetto tutto ciò che il commesso aveva misurato e modificato con pazienza. Faccio appena in tempo a ripartire che il commesso esce dalla porta sul retro e mi saluta. C'è mancato poco che gli spezzo il cuore. Vado in laboratorio ed esco tre ore fa. La serata è calda. Per tornare a casa ci sono una salita, una discesa, di nuovo una salita più lunga, un piano e la discesa finale: tappa piuttosto varia, servono doti polivalenti. Alla prima salita sento la voce di Adriano De Zan che mi sospinge al traguardo, ma dopo cinquanta metri desisto e piego verso il ponte e la West Bank. Minneapolis è una delle città con più kilometri di piste ciclabili degli Stati Uniti. Seguo un tracciato che costeggia il fiume, illuminato da lampioni che mandano luce gialla. La strada è pianegggiante e a volte si allontana la riva per passare in mezzo ai palazzi. Non c'è nessuno in giro, seguo semplicemente la regola di rimanere in piano per non fare fatica. In laboratorio tutti sono appassionati di ciclismo e mi tempestano di domande sul Giro d'Italia. Alla domanda: chi ha vinto l'ultima edizione? ho risposto in sequenza Petacchi, Basso, Savoldelli, Fondriest e Cleto Maole e non so se ho indovinato. Alla domanda: cosa ne pensi della piaga del doping? grido allo scandalo i giuìn son tutt drugà! e dentro di me ricordo l'immagine che Davide S*****i mi ha regalato una volta parlandomi della sua esperienza amatoriale nel ciclismo e di avversari che si facevano pere di doping nascosti in fantomatiche roulotte a bordo strada prima della Podenzano-Piacenza-Fiorenzuola. Senza doping e con il preziosissimo lucchetto mi fermo in un punto dove il fiume fa un'ansa, nel centro di St. Paul, dopo avere padalato circa un'ora. Le Twin Cities sono piacevoli, non hanno monumenti o palazzi da mostrare, sono due enormi città giardino dominate dal fiume e dai laghi. Non c'è grossa varietà nel paesaggio o nell'architettura, più o meno tutto appare come il ponte per l'isola di Harriet o come il lungo fiume. Mi fermo, scatto qualche foto e torno indietro lentamente, gustando la pioggia che ha comincaito a inumidire l'aria.
sabato 14 luglio 2007
Ho visto Lanny e Lanny ha visto me
Admundson Hall, ufficio 439 : soffia un vento fortissimo per le vie di Minneapolis. Piega le cime degli alberi, fa vibrare cartelloni pubblicitari e semafori, solleva folate di polvere lungo Franklin Road da riasfaltare. Quando il movimento si incanala fra i palazzi, la velocità aumenta e si sente fischiare. I passeri stanno rannicchiati nell'erba, a volte cercano di recuperare i rami provando a spiccare il volo, ma ricadono qualche metro più in là. Ho freddo, anche se il termometro della banca segna 95°F, circa 35°C: non sono l'unico, in strada la gente porta la felpa. Lanny è fatto a S: a modo suo conserva una certa armonia nell'equilibrio fra la curvatura della pancia e quella della schiena. La deformità lo iscrive alla categoria degli scienziati genuini, quelli che ispirano fiducia, santi laici e passionari che non hanno niente da spartire con gli scienziati-manager o mass-mediatici. Una specie di eroe della sua fetta di scienza. Vuole che gli si dia del tu perchè non riesce a trattare in maniera informale chi lo tratta in maniera formale. Non ho idea come si dia del lei in Inglese e il problema non si pone, ma la cosa mi piace, conferma le mie sensazioni. Tollera gli sfottò: in laboratorio spuntano fotomontaggi, ritagli e disegni che lo ritraggono col corpo da culturista, nei panni di Babbo Natale mentre ascolta un bambino dalla testa di dottorando baffuto, col corpo da idra delle rocce o da Mick Jagger che si piega sul microfono. Dicono che se entrasse il presidente degli Stati Uniti nel suo ufficio, lui lo manderebbe via se non avesse tempo o lo interromperebbe per ascoltare la telefonata dello studente. Tratta tutti allo stesso modo e accetta vantaggi e svantaggi di questo comportamento. Il suo fisico lo ha reso mitico e ha plasmato il suo carattere: ha voce potente, alle conferenze parla senza microfono nonostante la testa punti verso il basso. Mi fa accomodare di fianco a lui. Dalla scrivania spunta praticamente solo la testa perchè la sedia accompagna la curvatura della schiena: siede come se stesse scivolando giù dalla poltrona, una posizione alla Felice Caccamo estremizzata. L'atra sedia dell'ufficio, su cui mi ha fatto accomodare, sembra quella del pic nic dei bambini e mi ritrovo accucciato come i passeri nell'erba. L'ha modificata apposta, togliendo la leva per alzarla. Commento i miei dati, il lavoro di circa 2 anni. Il giorno prima, Lanny aveva organizzato un incontro in cui dovevo presentare gli stessi dati agli alunni e al gruppo, con tanto di panini, fette di anguria, cetrioli con burro e salsa di arachidi, stuzzichini e platea annessa. Non credo che a Lanny piacciano gli happenings (di certo non è mondano), perchè degli invitati mancava soltanto lui, che aveva organizzato tutto. Mi dice che si era dimenticato, ma non gli credo. Perciò devo replicare in forma privata nel suo ufficio. Partecipa molto, avevo programmato un discorso di 25 minuti, ma andiamo avanti un'ora fra domande, dati, approfondimenti. Il suo giudizio è criptico, cerco di interpretare le sue espressioni, ma ne fa tante che Marcel Marceau a confronto è una statua di sale. A volte si avvicina allo schermo, a volte fissa gli scaffali di fronte, altre volte rivolge lo sguardo agli attestati che tappezzano la parete. Fa domande difficili e ogni volta mi precede: è molto bello discutere con lui. Verso la fine, manda un fischio, fa spazio sulla scrivania, recupera un foglio e appunta qualcosa. L'episodio si ripete qualche slide dopo. Quando concludo, mi guarda e mi chiede perchè non scrivo due articoli sul mio lavoro (qualcuno deve avergli fatto una soffiata, lo sto già facendo) e mi chiede se per la terza volta posso presentarli ad altri studenti. Lo interpreto come un giudizio positivo. Poi, con fare bonario si avvicina e mi snocciola il suo punto di vista. Mi dice che secondo lui è meglio che io faccia altri esperimenti: userò un nuovo reattore, una nuova tecnica di campionamento, un nuovo software per interpretare i dati. Così smetterò di usare strumenti che se pur precisi, sono un poco passati e mi convincerò che l'interpretazione è un'altra, figlia di una diversa, più sofisticata, metodologia sperimentale. Sono proprio un pulcino: non so se rimanerci male o bene. Mi consiglia di prendermela comoda, ambientarmi e farmi piacere il caffè americano di cui avrò bisogno nelle nottate in laboratorio. Arrancando (mi vienie in mente Igor che porta le valige), mi accompagna fuori dall'ufficio. Oltre al portatile, in mano ho il plico di fogli con le bozze degli articoli. Il caro Lanny li ha appena gettati fuori dalla finestra: dentro di me, li osservo volare via spazzati dal vento e disperdersi da qualche parte per le vie della città.
sabato 7 luglio 2007
Big Ale e la balla del venerdì sera
Minneapolis, Washington Avenue: abbiamo cominciato alle 6, accompagnando i tacos con un giro di Premium Beer. La servono freschissima in brocche da due pinte e ciascuno versa al boccale del vicino. Il giorno è tiepido, ci siamo ripromessi di tornare in ufficio dopo cena e continuare un poco a lavorare, ma si sta bene e dalle finestre si vede il cielo rosso fra le vetrate dei grattacieli, intervallati da vie lunghe e vuote. Facciamo un altro giro, un altro ancora, arriva P**** fresco di barbiere, si aggiunge B**** del gruppo di polimerizzazione, siamo in sei, ognuno paga il nuovo giro. Sono contenti che io regga il passo. Per spezzare, arriva un vassoio di JaggerBomb (Jaggermainster e Red Bull) e poi di nuovo birra. Si parla di croogers, di screw’em up, di bitches back in town e discorsi da spogliatoio maschile al liceo. Mi insegnano un campionario di insulti e modi di dire, si ride, siamo rilassati. P*** ha la moglie 24enne a casa (lui ha 26 anni) ed è il più impermeabile alle battute, capisco che gli interessa altro e gli butto lì una domanda politica. Non gli chiedo della guerra o della politica estera del suo paese, ma di cosa pensa delle vie europee al socialismo. Chiede agli altri di ascoltare perché è interessante e la situazione scivola rapida verso il dibattito. Le birre non si contano più, il ritorno in ufficio è dimenticato. Non voglio scoprirmi, sono tutti simpatici e non voglio offenderli. Non intervengo. Ho poco da dissentire, non perché sia d’accordo, ma perché i principi non vengono mai messi in discussione: vengono fuori diversi punti di vista, ma la base è che l’America è un paese piuttosto socialista, con aspetti da risolvere, ma essenzialmente improntato al socialismo. Me lo sono fatto ripetere più di una volta. Non ho idea di cosa intendano a questo punto. Emerge il concetto che, dato il capitalismo come solo modello funzionante, esistono capitalismi più o meno socialisti, ma l’unica via al socialismo è il capitalismo. Credo che le birre stessero già facendo effetto, si parla della loro politica estera che giudicano piena di orrori, scivoliamo in bagno e poi alla cassa. Sono 30 dollari a testa di birra e una pinta costa 2 dollari e mezzo. Non so come abbiamo fatto a berne tanta, una balla pazzesca, B**** comincia a ballare per strada, J**** cerca di arrampicarsi al palo della luce, si cammina a forza di spinte e gomitate. Andiamo in un altro pub e in un altro ancora, sempre a fare la spola fra il bancone e il bagno. Nell’ultimo, una ragazza ci prova con B****, il locale è vuoto, l’immagine è di loro due che ballano da soli controluce a un megaschermo in cui scorrono a ripetizione riassunti delle giornate di baseball, football, hockey e basket. Gli atleti sono enormi, loro due piccole ombre. Lui cade sulla moquette, lei ride e se ne va. Didn’t pick up her number. Usciamo e camminiamo verso l’ufficio a riprendere le cose. Sono le tre quando entriamo in laboratorio e ad aspettarci c’è R**, che si era chiuso dentro a fare esperimenti. Ridiamo, uno cerca di buttargli via le sfere di allumina (cioè l'esperimento), poi torniamo verso casa, abitiamo tutti vicini in una zona piena di giardini e di angoli dove fare pipì. Nel cespuglio si muove un coniglio e cerco di bagnarlo col getto, quello sfugge e passa fra le gambe di J**** che lo insegue zigzagando. È una bella serata, fresca, in sottofondo il fiume e le auto sotto l’arco gigantesco del ponte. Non ricordo più niente, a parte il mio nuovo soprannome: Big Ale, me lo ripetono in continuazione. Forse abbiamo qualche pregiudizio europeo verso di loro. Venerdì prossimo si replica.
giovedì 5 luglio 2007
A taste of Minnesota - down to the fun fair
St. Paul, Harriet Island: gli obesi tutti appesi nella salumeria. La canatava Polizzi alle medie e il ritornello mi è tornato in mente non appena ho messo piede sul ponte che separa la riva cittadina dal parco. I festeggiamenti per il giorno dell'indipendenza sono composti, le code agli stand ordinate, il flusso rigorosamente incanalato da transenne e protezioni. Per i primi quattrocento metri la sensazione è di essere alla festa della polizia più che a quella delle Twin Cities, poi l'impressione scompare e la massa umana sommerge tutto. I compagni del laboratorio sono socievoli (in due giorni di permanenza siamo andati al cinema, alla fiera e al parco a bere) e sono eccitati per i fireworks. Tutti sembrano esserlo, spuntano berretti con piccole fiammate in polistirolo, stelle luccicanti, marche di compagnie pirotecniche, strisce fosforescenti. Il gusto del Minnesota è una sorta di Sagra della Melanzana Ripiena di San Genesio moltiplicata per mille, con migliaia di spettatori disseminati in un grossissimo parco con lungofiume. I piatti tipici sono l'hot dog, l'hamburger, le salse piccanti, il cibo italiano modificato, il menù di campagna. Scelgo quest'ultimo e ottengo una pannocchia e un litro di limonata per 5 dollari. Un predicatore in borghese cammina controcorrente alla folla, reggendo un cartello con un invito a lodare il Signore, a tratti si mette a cantare e prova a coinvolgere la mandria che puntualmente sghignazza (sghignazzo anch'io e lo riprendo in un video) e non lo segue. Fa il giro del parco quattro o cinque volte, poi scompare. A noi succede ben poco. Ci sediamo in un prato, bombardati dalla musica dell'orchestra che a ripetizione suona God Bless America e altri classici. Compriamo delle birre (ci va Jas perchè è l'unico che ha la carta di identità con sè), beviamo, chiaccheriamo. Noto con piacere di appartenere alla categoria dei magri, mentre attorno a me masse informi e sudaticce arrancano o si accasciano a terra nel tentativo di rialzarsi dopo il pic nic sull'erba. Sul tema obesità scriverò qualcosa (di banale) perchè è impressionante. I fireworks secondo me sono una delusione, ma non lo posso dire: durano mezz'ora, devono rispettare le norme di igiene acustica, non riempiono il cielo. Altro che capodanno napoletano, altro che preparazione della Falla valenciana. Ma la serata è tiepida, sull'erba si sta bene e qualcosa lo apprezzo davvero: lo pseudo dissidente nero che apre uno stand abusivo tentando di vendere cuffie e magliette con l'immagine di Chè Guevara. Il fiasco è clamoroso, qualcuno ha da ridire. In mezz'ora chiude baracca e burattini e fugge via con un grosso zaino in spalla. Direi è riuscito a trovare il residuato più invenduto che si possa immaginare nel giorno dell'indipendenza degli Stati Uniti.
lunedì 2 luglio 2007
È arrivato Zenigata
Minneapolis, aeroporto. La mia valigia riappare sul nastro trasportatore insieme alle altre provenienti da Phildelphia. Mi era mancata e mi sono sentito solo all’ennesimo controllo sul bagaglio a mano, in cui il poliziotto esamina con attenzione la cornice ricavata da giornali tailandesi con foto degli amici a Berlino. Un terrorista thai? Un ribelle dello stato canaglia malese? A scanso di equivoci, il poliziotto ANNUSA la cornice. Più tardi, a casa, ho provato anch’io, ma non si sente nemmeno l’odore di stampa. Al recupero bagagli non posso sbagliare. Robert S******** indossa il cappello giallo nero con extension a coda di cavallo. La coda, pur sintetica, è seborroica. Colpa del sudore che la intride quando Bob corre la maratona: a sessantun’anni ci impiega cinque ore, ma non gli interessa. È la prima cosa che mi dice, il cappello gli porta bene e non si cambia. Si toglie il cappello e sotto è pelato. È un uomo ciarliero e servizievole e dei due bagagli porta per me quello da tre chili, mentre io arranco con quello da trenta. È arrivato con il furgone che usa per le faccende di casa: assicura i bagagli fra un sacco di cemento e un fascio di assicelle, ricavando lo spazio in mezzo a una montagna di tubi, ferraglia, tocchi di legno e secchi con vernice e calce. Fa domande a ripetizione: mi chiede dove sia Milano (non la ha mai sentita), cosa faccio io di lavoro e cosa fanno i miei. Io gli chiedo se è mai stato in Italia e lui risponde che ogni due anni va a Parigi con la moglie. Inguaribile romantico che non conosce la geografia. E la chiacchierata finirebbe in un quarto d’ora (tanto dista la casa dall’aeroporto) se non fosse che dopo avermi annunciato che al bivio fra Minneapolis e St. Paul bisogna prendere per Minneapolis, imbocca con sicurezza la direzione St. Paul e siamo costretti a fare il giro della città. Si scusa fra un sollazzo e una risata, sostenendo che è tardi anche per lui e che di lì a poco verrà operato di ernia, cosa che gli causa dolori e distrazione. La digressione di venti minuti gli permette di spiegarmi con dovizia che sua moglie è ingegnere elettrico, sua figlia ingegnere industriale, lui ispettore (da qui la citazione a Zenigata per gli amanti de “I Furiosi”, non perché mangia la frittata, né perché commissario). Mi guardo attorno: c’è una barretta Nature Valley Trial Mix Fruit&Nut aperta sul cruscotto, mordicchiata e appiccicata a un panno per i vetri. A terra, al posto del tappetino ci sono fogli di giornale incrostati di fango. Altre barrette sono stipate nel vano portaoggetti vicino al cambio, il furgone ha l’aria da rottamazione incentivata. Mi chiedo che ispettore sia, di sicuro non sanitario. Lo stimo davvero molto. Mi porta fin sotto casa e sono contento che abbia sbagliato strada perché lungo le vie snocciola particolari preziosi, fra cui l’incrocio dove suo cognato ha fatto il tamponamento. È rustico e garrulo. La garrulità, per chi la volesse definire, è un incontinenza di parola, ma per chi la volesse visualizzare posso inviare un primo piano dell’amico Zenigata. Mi consegna le chiavi di casa, mi accompagna dentro e mi fa vedere che è tutto a posto. Come tocco finale lascia tre barrette Nature Valley sul tavolo in caso io abbia fame durante la notte. Dice che è meglio per lui se torna a casa sua e che ci sentiamo il giorno dopo per telefono. Abita vicino a Minneapolis, a solo un’ora e mezza di auto. Capisco che la geografia la conosce, è il concetto distanza che gli manca e vede l’Europa come un posto piccolo dove tutto è vicino a tutto. È bello incontrare gli entusiasti di tanto in tanto.
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