domenica 12 agosto 2007

Effetti collaterali

Minneapolis, da qualche parte che non saprei dire: dieci giorni orrendi, senza la forza di mangiare né dormire. In particolare gli ultimi sei giorni, dove ho perso davvero qualcosa. Troppa ansia e pensieri per la testa, basterebbe dire non ne valeva la pena ma non è così. All’appello della domenica si presentano un incubo, qualcosa di molto importante che se ne è andato, un frigorifero intero buttato nella spazzatura causa black out di mezza città per un giorno intero (e mi domando fra ponte e linee elettriche chi sia l’incaricato al corredo urbano, un qualche Norman alcolizzato sul lavoro), un bicchiere in frantumi con cocci ancora nascosti nella moquette, un funerale (anzi due, uno vero e uno metaforico), diversi dollari evaporati in pochi minuti. Non volevo comprare una racchetta tanto per giocare: il mio ritorno al tennis dopo 7 anni di completo ignorarsi (certe volte anche due entità che di proposito a lungo si sono ignorate tornano insieme) volevo ripartisse da dove era finito. Cerco una Wilson che non sia da immigrato e nemmeno da prima infanzia, faccio un investimento per 200$ in un telaio in titanio che non pesa niente e promette mazzate. Il concetto di socializzazione statunitense passa non solo attraverso lo sport ma soprattutto nella competizione, quindi non basta giocare ed essere all’altezza, occasionalmente bisogna vincere. Con BM, Jarod e Anders andiamo in una zona di campi in cemento gratuiti e poco frequentati. Lo si capisce da due particolari: il formicaio che copre la frattura del cemento nel campo di fianco, il terreno circostante in pendenza che fa sì che qualsiasi palla esca dal rettangolo finisca inesorabilmente tre o quattro fermate di autobus a valle. Attorno, un silenzio irreale e due enormi cisterne per l’acqua una con la forma sospetta di fungo atomico. Comincio a giocare con un’ansia e una rabbia che non ho mai messo in niente di quello che ho fatto in vita mia. Il motivo me lo tengo per me, ma rimarrà con me molto a lungo. Gioco credendo di riuscire a sfogare l’ansia picchiando la palla. Dopo sette anni di assenza, il diritto non è pervenuto, frusto l’aria mentre la palla passa da qualche parte senza che io me ne accorga. Il servizio non l’ho mai avuto e lo capisco quando spedisco la palla oltre la rete di protezione e la vedo rotolare con allegria verso il centro città, libera e non più prigioniera del campo da tennis. Il rovescio è una sorpresa, deve essere come il vino che invecchiando migliora, perché finisco per giocare solo di rovescio, con molti molti problemi a superare la palla sulla destra per colpirla dal mio lato sinistro. Ma il palleggio non tiene, una volta è lungo una volta corto, una volta a destra, l’altra fuori, non riusciamo in quattro a mettere assieme 3 scambi. L’accanimento è l’unica cosa che ci tiene in campo. Non penso assolutamente alla partita, non conosco il punteggio, penso ad altro, a qualcosa di doloroso e molto bello, ma così facendo mi ritrovo protagonista di un tie break che Galeazzi avrebbe tranquillamente ignorato, ma su cui sono puntate tutte le mie speranze di socializzazione. Neanche a dirlo, la scena è quella di Palombella Rossa, tranne che la palla mi arriva lenta e alta sul rovescio, Anders mi urla kill it! e io la spedisco in rete. Perdiamo la partita. Lancio la racchetta e butto via 200 dollari perché il titanio delle protesi, il titanio delle montature per occhiali ultra leggere, il titanio ultra resistente, si spacca come vetro quando il telaio incontra il palo della rete. E non c’è alcun sollievo, non c’è il rilascio della tensione, solo ulteriore accumulo perché le cose migliori passano e sfuggono, soprattutto a me. Mentre cerchiamo la macchina, perché Jarod non ricorda dove la ha posteggiata, capisco il motivo del silenzio e dell’abbandono. Passa a piedi un funerale con cinque parenti, il prete, la bara e quattro uomini delle onoranze: il percorso che seguono in mezzo a tutta l’ordinarietà del quartiere, in mezzo a tutta la distanza che c’è a ogni lato, è così deprimente che non credo si possa morire in maniera più anonima. Troviamo la macchina, accorgendoci che dall’altra parte del muro c’è il cimitero. Quando partiamo, due sedicenni pomiciano poco distanti dall’ingresso.



4 commenti:

Fabio-Tommy ha detto...

leggo solo ora,
gran bel pezzo di scrittura da cui traspere molto sul tuo modo di stare..ovviamente non conosco le cause e i motivi.
Mi spiace per il tuo esser giù..

Tornato ieri da spotorno parto stanotte per tre giornia salisburgo.
al ritorno racconti e varie.
un abbraccio

Norman ha detto...

Ciao Ale,
come Fabio leggo solo adesso il tuo articolo e anche se devo dire che la citazione non mi è piaciuta più di tanto, devo riconoscere che è scritto molto bene.
Mi spiace che tu abbia passato giorni orrendi, ma spero che questi siano finiti e se non è così, anche se è più facile da dire che da fare, vai avanti senza pensarci troppo perchè alla fine prima o poi passa tutto.
Ci sentiamo.
Norman

--->Leo ha detto...

...leggo il msg soltanto adesso! ...spero che tu stia bene!!!

Fabio-Tommy ha detto...

allora news americane????eddicci qualcosetta...