Minneapolis, casa mia: sul cruscotto della macchina di Marcos un mazzo di fiori secchi copre il bocchettone dell’aria e sparge polvere e petali quando parte il condizionatore. La Hundai è della sua ragazza, che ogni anno ha molti problemi a rinnovare il visto e ottenere i timbri per ripartire da Ho Chi Minh City. La sosta forzata dura circa un mese, perciò gli ha lasciato la macchina. A lui i fiori appassiti ricordano un weekend d’amore nel Tenneesee, a me uno scaramantico non correre papà. Strappare un passaggio al mio vicino e amico Marcos, mi permette di riempire il frigorifero, cosa che in un mese non avevo ancora fatto, dato che la distanza fra la fermata dell’autobus e casa mia è esattamente un miglio e non riesco a portare troppi pacchi. Se devo pensare al concetto di apolide caro allo mia prof di lettere al liceo, Marcos è l’archetipo: gentiori giapponesi, nato e cresciuto a San Paolo, università nel Maryland, dottorato a Minneapolis, ragazza in Vietnam, tre lingue parlate correntemente, nessuno spessore storico (Marcos who? Me?; that weird guy Lula, I know nothing of him; Mussolini? Is he still the chief?). Fa fisiatria, attualmente viviseziona topi e una domenica lo ho aiutato a ingrassare le future vittime: mi dispiaceva, ma non esistono modelli numerici per molti tipi di malattie, un topo costa 1 dollaro ed è simile per certi versi all’uomo (lo avevo sempre sospettato). Marcos fa molte domande sul cibo italiano perché fra le altre cose è un ottimo cuoco: inventa ricette, mi invita sempre a provare le sue zuppe (l’ultima, una peperonata con tocchi di aglio a crudo) e propende per la cucina vegetariana. Passando fra i banchi del supermercato, mi interroga su marche, abbinamenti, modi in cui si mangiano certi formaggi. Io sono sinceramente stufo del pomodoro minnesotese, una specie di highlander del frigo che non avvizzisce nemmeno dopo un mese, dolcissimo, acquoso e inadatto al sugo, della pasta Da Vinci che scuoce dopo un minuto e della cipolla rossa del Wisconsin che scimmiotta quella di Tropea senza averne il sapore. Non cerco prodotti italiani, li evito con cura dal momento che ogni volta mi deludono, compro verdura, carne e riso. Finchè al banco degli insaccati, l’indice di Marcos punta un angolo riparato dal beef loin e dai pork chops: is it Italian? Mild Italian Sausage. La salamella in pacchi da 6 per 3 dollari, c’è il 3 per 2 con sei dollari e ne porto a casa 18. Mezz’ora dopo, 18 salamelle, di cui 6 aromatizzate al finocchio, viaggiano verso casa mia nel bagagliaio della Hundai. Torniamo per le sette e subito ne provo una: scaldo la piastra, un filo d’olio d’oliva, uno spiccho di aglio tagliato fine, un poco di cipolla, apro la salamella a metà e la schiaccio contro la piastra girandola a più riprese su entrambi i lati. Quando è cotta la infilo nel pane, aggiungo fette di pomodoro, cipolla, insalata e maionese: manca il piccante. Il primo morso mi riporta in viale Argonne angolo piazza Fusina, 300 metri da casa. Arabo o francese? Francese Telma, mettici il piccante. Nostalgia canaglia. Metto altre due salamelle sulla piastra, chiamo Marcos e aspetto. Si tratta di un esperimento gastronomico: odia il junk food, schifa hamburger e hot dog. Ma l’esperimento funziona, la salamella gli piace e mi chiede se è molto diffusa in Italia perché in Brasile non ne ha mai mangiate. Vuole il bis. Scaldo una scaglia di Asiago, la aggiungo alla salamella aromatizzata al finocchio, due birrette e si comincia. Finiamo un pacco, tre salamelle a testa, una serata a biascicare e a parlare di donne e insaccati. La salamella, oltre che riuscitissimo esperimento social culinario, fa amicizia e cameratismo: Marcos, di solito riservatissimo, mi guarda fra libri e CD, mi chiede se gli presto le poesie di Neruda che non sa chi sia (immagino lo abbia attirato la copertina), guarda nell’armadio e mi invida la felpa da squatter comprata al Rebelot per 20 euro. L’effetto salamella dura parecchio perché soltanto per l’una e mezza decide di salire nel suo appartmento. Quando chiudo la porta, intravedo l’affare: un chiosco di panini a Copacabana, una mezza con Ciccio per la salama da sugo e il tomino novarese, il centro carni piemontesi che spedisce la salamella da Festa dell’Unità e racchiudo la felicità in quattro metri quadri. Sai che facciamo invece? Partiamo, andiamo in Brasile, ci pensi: in Brasile, prendiamo un piroscafo… Moraldo, un piroscafo e partiamo.
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3 commenti:
se apri un chiosco io mi metto in società...
intanto brutta notizia i malaweeda per ora non esistono più..rianasceranno, sotto altre forme, ma difficilmente insieme..sicuro non insieme i due cantanti...
un po' di tristezza..
...voglio un piatto di pasta da vinci!!!
Nel chiosco di panini a Copacabana se vuoi mi offro per fare un pò di piadina romagnola da brava "azdora"...hai visto mai che si sposi benissimo con la salamella!
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