domenica 4 maggio 2008

Real TV

Minneapolis, davanti alla televisione: a casa nostra l’informazione non è libera. La notizia è arrivata persino qui e gli amici non smettono mai di ricordarmelo con retrogusto di sfottò. Per mancanza di coraggio, non ho pubblicato nulla in questi tre mesi, nonostante abbia scritto con regolarità. Prima di partire pubblicherò tutto, evitando il rientro anticipato. Intanto, ho provato a inseguire il miraggio della televisione libera. Ho chiamato la compagnia che fornisce la connessione internet e ho chiesto l’estensione alla televisione via cavo, opzione basic, che permette di vedere in chiaro venticinque canali. La televisione pubblica è ridotta a cinque emittenti, di cui quattro di predicatori con maratone forzate di esegesi. Considerando che la quinta rete trasmette da cinquecento metri da casa e il segnale non riesco a prenderlo, ho fatto un balzo in avanti. Ho trovato la CNN e la BBC e altre emittenti affidabili da cui ascoltare le notizie senza dover andare da Sally’s. Il resto è tele-anarchia e considerando la mia passione per la tv spazzatura direi che la seguo più dei canali seri. Ho scoperto che il rincretinimento, che da noi è organizzato, c’è anche qui, ma in questo caso si capisce che è un effetto necessario per mantenere qualche isola di sensatezza. Nel mio pacchetto tv (soli trenta dollari mensili più trenta di internet e “passo la giornata in poltrona”, come recita lo slogan), quindici canali su venticinque trattano televendite o sono autogestiti da patron in depressione e in forte controtendenza stilistica. Ventiquattro ore su ventiquattro, prestigiosi self made man sponsorizzano i loro prodotti, che vanno dalle assicurazioni sulla vita, alle rivendite di gioielli usati, agli arredamenti dismessi dagli alberghi, al confusion muscle training per diventare dei supereroi dei fumetti. Mastrota sembrerebbe sincero a confronto di Tommy MacAllister che parla (anche lui!) da una scrivania in ciliegio, primo piano sulle suole degli stivali piazzati a fianco del portapenne (sta sempre con i piedi sul tavolo). Rick&Gian che si prendono a schiaffi per il mobile dell’azienda di Lissone fanno quasi tenerezza a confronto dell’aggressività con cui il sostituto del compianto Chef Tony affetta sampietrini nel tentativo di vendere il pericoloso set di coltelli (nota sullo Chef Tony: nel centro commerciale di Minneapolis, il più grande d’America, c’è il suo santuario con tanto di sagoma che propone il ceppo con le lame, as seen on tv). Capitolo a parte, molto più affascinante, sono le televisioni “fatte” dai telespettatori. Si tratta di emittenti locali il cui palinsesto è formato da clip, registrazioni e filmini amatoriali che gli spettatori in grado di pagare vogliono trasmettere. Ce ne sono tre: due sono televisioni etniche, una della comunità somala e l’altra di quella etiope. La terza è davvero interessante per la sua insensatezza: scopro che la gente paga per trasmettere elaborati ridicoli. Capisco così che qui sono già allo stadio successivo, ovvero che il pubblico è diventato ormai acefalo sotto i colpi della stupidità organizzata e non riconosce più la bontà di avere emittenti responsabili. Ci sono, ma i canali più gettonati sono altri. La domenica mattina, il club dei cinofili manda in onda due ore di interviste a catena a padroni e veterinari a cui vengono rivolte domande ovvie che terminano tutte con un gingle la cui unica strofa è I love my dog cantato da voci bianche. Il montaggio è realizzato in modo che l’intervista finisca sempre con un primo piano dell’intervistato che dice because dando il via a trenta secondi di gingle a motivare la risposta. A Nazzareno Balani verrebbe un infarto. Segue un programma di musica leggera (primo video) in cui un uomo canta dall’angolo in basso dello schermo. Non cambia mai niente, nemmeno la canzone, si vede la faccina, il resto è l’ufficio. Il rincretinimento aumenta senza sosta fino all’arrivo del delirio di mezzanotte. C’è un secondo programma musicale, condotto da un individuo che porta almeno due paia di occhiali, di cui uno sulla fronte. Lo sfondo è psichedelico, lo scopo non esiste: i concorrenti, supposti tali, chiamano e cantano la prima cosa che gli passa per la testa per vincere un premio non specificato (perchè anch’esso inesistente). Di norma, i concorrenti sono stonati e le canzoni deprimenti, voci da un manicomio su uno sfondo di allucinazioni da LSD (vale la pena di vedere il secondo video fino alla comparsa dei due conduttori con il pollo di gomma con gli occhiali stile Mondaini). Più abbordabile è il canale etiope, che alterna programmi musicali della Sabatan Music Television, The Cities Sound, a storie di vita narrate da Rashad Hasan e seguite da breve dibattito in studio. Le storie sono parabole di comportamento del perfetto gentiluomo etiope, con tanto di morale e costante richiamo al valore delle tradizioni, che vanno conservate anche lontano dalla patria. Il perfetto etiope aborrisce la violenza del rap, veste abiti tradizionali, in ogni occasione porta i mocassini, non guida SUV ed è ecosostenibile. Spesso rimprovera la moglie, ma con indulgenza (la moglie non replica mai). Non sorride molto, ma neanche si lamenta, è uomo di straordinaria pacatezza. Evidentemente si scatena in privato con l’emittente musicale. Il momento di aggregazione avviene durante il karaoke. Il pezzo più accattivante passa sotto l’interpretazione di un militare che canta sullo sfondo di una bandiera del fronte di indipendenza mentre gli spettatori si alzano per andare a toccarlo in segno di ammirazione (nota per Reno: secondo me il pezzo ti piace, almeno la base). Ormai passo ore a guardare la televisione. Credo in tutti i tipi di contratti: nel contratto con gli Italiani, nel contratto con gli Americani, nella scrivania in ciliegio, nella stanza ovale, nei consigli di Jarod che va a pescare gli storioni sul rio della Amazzoni, nel set di coltelli che tagliano il marmo, nelle bugie dei bugiardi, nella compassione delle signore che curano i randagi. E che, per la prima volta nella storia del loro club, hanno alzato la voce con l’amministrazione: vogliono che anche in Minnesota, come a Ginevra, per comprare un cane sia necessario fare un test psico-attitudinale per evitare l’abbandono e testare la sincerità del padrone. Non è escluso che anche qui, dai futuri padroni di cani si passi ai magistrati.


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Programma di musica leggera: si nota il protagonismo del cantante.
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Si vince facile: basta chiamare.
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Sabatan Music Television: The Cities Sound.

mercoledì 23 gennaio 2008

Ah che rebus!

Puntata speciale. Dopo essere stato tacciato di dietrologia e di farmi messaggero gratuito di temi sovversivi, propongo ai miei lettori e detrattori questa vera e propria accusa cifrata e ben mirata. Si tratta di una domanda, molto importante. Il suo significato è immediato, non tipo "le fragole sono mature" alla Cossutta. No. L'interessato capirà subito e non potrà esimersi dal rispondere. Basterà una riga, postata nei commenti. Ci tengo. Ma tengo anche ai tentativi di chi vuole indovinare la soluzione. Già immagino il fervore con cui il destinatario leggerà questi passi, l'astuzia con cui decifrerà il messaggio. Forse metterà mano al telefono (lo spero) non so se direttamente dall'ufficio (forse sarebbe meglio lavorare piuttosto che visitare siti di dubbio contenuto come questo) o da casa. Mi rimpacchetteranno, mi daranno il foglio di via. Sicuro.

Il rebus. Il punto di domanda è sottinteso.

lunedì 21 gennaio 2008

Trenta gradi sotto zero

Minneapolis, University Avenue: un vento a 30 gradi sotto zero / incontrastato sulle piazze vuote contro i campanili / a tratti come raffiche di mitra / disintegrava i cumuli di neve. University Avenue, che da Saint Paul fila dritta a Minneapolis per dieci miglia, sembra la prospetiva Nevskij di San Pietroburgo e di Franco Battiato. Il cielo è grigio per le scaglie di neve che il vento rimescola. Certe mattine non si vede oltre dieci metri. Altre, i colori sono elettrici, il bianco è accecante, ma l'aria irrespirabile e il fiato brina contro la sciarpa. E noi che fino a tre giorni fa ci preoccupavamo dell'effetto serra e pregustavamo la conferenza indetta a causa dello scioglimento della neve. Noi pulcini. Noi ambientalisti allarmisti. Noi edonisti fancazzisti, per dirla con Sarti, che speravamo nell'evento per saltare la giornata di prove. Ci sveglieremo alle sette per arrivare controvento in università e non sentire più piedi, mani e gola, mentre un vecchio compiaciuto parlerà del rientrato allarme e, statistiche alla mano, ci rincuorerà sulla severità del freddo. La gente del posto va in giro vestita come noi in autunno o in primavera: il neoacquisto Jake, minneapolitano purosangue, affronta la tempesta con felpa e cappello di lanetta, sotto t-shirt a maniche corte che sfoggia ogni volta che tira fuori qualcosa dal forno del laboratorio. Le giacchette di velluto sono un capo invernale di gran classe e la gonna corta può essere portata con normali calze di nylon. L'altra sera ho visto bambine-virago uscire dalla piscina in sandali e trotterellare verso il pullman (vinceranno medaglie olimpiche e in una decina d'anni cambieranno sesso). Visione che neanche Lisitskij sarebbre riuscito a fotografare. A sottolineare l'importanza della stagione, per le strade sono comparsi i cartelloni giallo blu della campagna antisuicidio, con consiglio salvavita "if you feel depressed, call a doctor" e foto del suicida con anno di nascita e morte. Quando ho domandato un parere all'amico e capitano della squadra Mark H*****, la risposta è stata "lo conoscevo", seguita da un cenno impietoso alla foto, come a dire "e se non s'ammazza uno con quella faccia..." per poi passare a raccontarmi che una volta ha giocato contro una selezione giovanile italiana che schierava in attacco la grande promessa Nello Russo. Io ho ribattuto che più volte ho giocato contro Antonino Lopetuso, per gli amici Lopez e per i nemici Petuso, figlio della portinaia di casa Lulù Oliveira, grande promessa del quartiere persarsi nel fumo e nei Teletutto. L'approfondimento sulla campagna antisuicidio è finito così e meno male che da queste parti la prendono alla leggera perchè il numero dei morti annuali fa concorrenza al nord Europa. Le giacchette di velluto, le battute sui suicidi, le conferenze truffa sull'effetto serra mi fanno pensare che sia un modo per esorcizzare l'inverno. Al supermercato si trovano angurie, ciliege, fragole e pesche. L'organizzazione del semestre sportivo è pressochè invariata, il campo da calcio è usato per l'hockey su prato. La gente fa jogging e riesce a respirare. Il comune ha lanciato per il prossimo week-end il divertente carnevale nella neve per bambini che vogliono prendere la broncopolmonite. Il mio vicino ha coperto con un telo le statue della Madonna, del nano, del leone e del cerbiatto, raccogliendole intorno a un lume per evitare che la neve le sommerga. In sostanza, ha rappresentato un rito pagano nel giardino di casa. Le persone che vengono da fuori si riconoscono per il passamontagna e i giri di sciarpa che avvolgono al collo. Io ho scelto il look Hamas: nella foto, non mi sto preparando per l'Intifada, nè per l'attacco sonoro al Papa, sto soltanto uscendo a fare la spesa. Ho in programma di comprare l'anguria, cercare il maraschino o la panna ed esorcizzare l'arrivo del generale inverno con un piatto estivo. Le previsioni dicono che il picco di minima deve ancora arrivare e la temperatura scenderà a -40°C. Da casa, sotto due strati di coperte e col riscaldamento al massimo, voglio festeggiare il record con un cocktail fresco. Adesso anch'io avrò qualcosa da raccontare ai miei nipoti ai pranzi di Natale. Adesso anch'io come Peppino Prisco andrò avanti anni a infilare la mia campagna di Russia in ogni discorso, suffragando l'importanza del mio punto di vista col fatto che ho preso freddo da giovane. Anch'io. E non sono ceci bianchi sulla spiaggia di Militello.

Prima di fare la spesa.

giovedì 20 dicembre 2007

Kaiser Sose

St. Paul, al supermercato: non credo che questo racconto abbia la forza della trilogia scarcelliana. In proposito, la mia classifica vede al primo posto l’episodio delle vecchie incontinenti che citofonano per usare il gabinetto, lo usano e se ne vanno senza pulire. Al secondo posto colloco lo Sciamano galiziano e il suo cane di nome Cartina; al terzo, il rasta con le carte esoteriche. Premetto che durante il mese di silenzio anche a me è capitato il primo episodio, protagonista un corpulento idraulico tatuato con fiamme sul collo che si è impadronito del mio gabinetto, obbligandomi poi a lasciare le finestre aperte per un giorno intero, fuori -15°C. Ma io preferisco il racconto che segue per il suo connotato sociale. Sono in coda al supermercato, sto sistemando la spesa sul nastro quando si sente un urlo. La cassiera s’abbassa di scatto. Altre urla, la gente in coda spinge, qualcuno scappa. Un nero fugge verso l’uscita ed è braccato da due vigilanti che lo immobilizzano. In un secondo, una decina di commessi gli sono attorno. Silenzio. La gente non capisce, qualcuno se ne va di corsa abbandonando i pacchi. La cassiera finisce di battere i prezzi e chiude la cassa. Il nero viene portato verso il luogo dell’incidente. Ci vado anch’io, assieme ai soliti curiosi che intralciano i soccorsi. A terra c’è un sudamericano zoppo in mezzo a cocci di vetro e paccottiglia. Poco lontano c’è un carrello con alcune confezioni di wurstel, birra e una fila di gratta e vinci. Un paio di commessi cercano di sollevare lo zoppo, ma quello si ostina a rimanere a terra, piagnucolando e tenendosi la gamba. In mezzo ai cocci c’è il cestino della spesa con delle bottiglie in frantumi e una piccola pozza. Lo riconosco: mentre arrancava, non mi era passato inosservato perchè oltre ad avere la gamba sinistra storta e più corta della destra, è pure fortemente strabico. Un monumento all’asimmetria, non c’è niente di dritto nel suo corpo. Il nero viene portato di fronte allo zoppo e comincia il battibecco. È evidente che lo zoppo sta simulando peggio di Lulù Oliveira, ma ha dalla sua l’invalidità e vuole ricavare qualcosa. Non si capisce niente di quello che dicono, ma la dinamica è chiara. Lo zoppo stava passando di fianco agli scaffali coi soprammobili natalizi quando alla sua destra spunta il nero col carrello e lo colpisce alla gamba buona. Lo zoppo crolla contro lo scaffale, tirando giù tutto. Il nero intuisce che dovrà pagare molto più che wurstel e birra e che i gratta e vinci non gli saranno di aiuto. Allora scappa, abbandonando il carrello. Tutti pensano a una rapina e scoppia il parapiglia. Oltre a risarcire il danno, l’uomo dovrà rispondere di procurato allarme e pagherà molto di più di quanto pensa. D’ora in avanti, lo zoppo andrà in giro con le gambe a X. Qui il supermercato è lo specchio della disuguaglianza sociale e mostra per intero la distanza fra ricchi e poveri, bianchi, neri e ispanici. Ci sono due tipi di pane, quello in cassetta che costa circa 3$ la confezione e il pane sfuso, praticamente gratis. Il pane sfuso viene rovesciato in grossi cesti e la gente lo tasta per scegliere quello che preferisce, strappandoselo letteralmente di mano. A ogni nuovo arrivo attorno al cesto c’è una ressa incredibile. Le ultime pagnotte sono un concentrato di impronte digitali e sporcizia varia. Certe scene ricordano i supermercati di Praga in gita in quarta superiore, quando Tronconi si fece fare un panino con l’ultima, solitaria pagnotta del cesto post-comunista e post-separatista. Eroica la pagnotta ed eroico Tronconi a sfidare l’e-coli in nome del defunto ideale. Nell’America che produce troppo cibo, che deve buttarlo, bruciarlo, trasformarlo in diesel o rivenderlo, il pane sfuso è il prodotto più gettonato, insieme ai gratta e vinci e agli alcolici. Come direbbe Teo, chi ha i denti non ha il pane e chi ha il pane non ha i denti. Ma è sempre chi non ha il pane a comprare il gratta e vinci. Leggo oggi sul Time che il Minnesota è il secondo stato più sano e col welfare più alto degli Stati Uniti. Contando la quantità di obesi e di risse fra straccioni che si vedono in giro, mi chiedo cosa significhi vivere in Louisiana o in Missouri, i due stati che occupano l'ultima posizione. Me ne vado pensando che tutto sommato lo Sciamano galiziano è molto più interessante di una constatazione poco amichevole al supermercato fra uno zoppo che abbatte quattro ripiani di paccottiglia natalizia e un nero spaventato che se ne va a casa con una Moscovich coi freni a tamburo. Io che speravo nel fattaccio, nel pasticciaccio brutto. Che delusione.

mercoledì 21 novembre 2007

Sbilanci alimentari

Admundson Hall, stanza 385: più che per il contenuto, la mia presentazione verrà ricordata per la quantità di junk food versata sui tavoli della conferenza. Non era mai successo che un group meeting (relazione del lavoro sperimentale di fronte a professori e compagni) fosse organizzato il giorno prima del ponte di Thanksgiving. Di norma, la settimana viene saltata per evitare che qualcuno possa essere assente. Quest'anno però nessuno nel gruppo torna a casa a gustare tacchino e marmellata e Lanny ha avuto un impegno la settimana scorsa, così che la mia discusisone è stata programmata due giorni prima delle ferie. L'educazione e la prassi impongono che l'oratore provveda al rinfresco. La presentazione deve prima di tutto intrattenere: il pubblico assiste con atteggiamento da cinema più che da conferenza, sgranocchiando noccioline, bevendo coca-cola con la cannuccia, stendendo i piedi contro il seggiolino di fronte. Ma la partecipazione è attiva, le domande misurano l'indice di gradimento, l'esposizione diventa una discussione e finisce per durare un'ora e mezza. Ciò che trasforma la mia presentazione in una libagione è il periodo. La festa di Thanksgiving corrisponde a una specie di fiera del saldo gastronomico e al supermercato su ogni cibo c'è l'offerta pay one get two. Per 3$ acquisto un kilo di M&M, quelli grossi con la nocciolina e non quelli fasulli senza niente. Per 1$ due bottiglioni di coca cola da 2 litri ciascuno, 2$ e mezzo 4 litri di succo tropicale, le patatine, in sacchi da raccolta differenziata, non hanno prezzo. La specialità locale si chiama beagle (come il cane) e al group meeting non deve mancare. Consiste in una ciambella di pane candito che viene tagliata a metà, farcita di formaggio alla fragola, ai frutti bosco o al miele e servita appena sfornata. Evitando di aggiungere il trito di carne, la senape o la maionese, il beagle è buono. Il negozio di beagle è proprio sotto il dipartimento ed è una regola passare a prenderne una decina prima del discorso. Anche lì c'è l'offerta e la panettiera mi manda via con una ventina di beagle caldi e un thermos di caffè su cui ha scritto a pennarello brew for the crew. Devo quasi litigare per uscire dal negozio con meno cibo di quello che vuole darmi, compresa una terrina di formaggio al ribes offerta dalla casa che infila a tradimento nella busta. Il risultato è che parlo davanti a una platea che si strafoga. Lanny sfoggia il suo lato infantile e assiste stravaccato sulla sedia, con un bicchierone di aranciata mentre affonda la mano nel sacchetto di patatine rustiche. Ha messo da parte il beagle, farcito con cura e appoggiato su una tovaglietta giallo canarino. Gli altri bevono succo tropicale mentre fuori c'è la tormenta di neve. Va tutto bene e mi sembra di essere al pranzo della comunione coi parenti chini sul brodo, fino al momento in cui sfodero il dato-controversia. Lanny fa una faccia tipo Monica Lewisky con l'Uomo Invisibile. Poi tossisce, la rustica gli va di traverso. La discussione si accende, io sto con il cinismo del mio amico danese e non credo a quello che io stesso ho misurato. Ma Lanny è magnetico. Smonta la complessità con la facilità con cui un bambino si ingegna coi Lego. Si emoziona, ha dentro di sè il lato emotivo della scienza. Chiede a noi se le sue idee sono corrette, nonostante lavori da più di quarant'anni su quegli argomenti. Si alza va alla lavagna, scarabocchia, siede di nuovo e analizza. A volte beve una sorsata dal bicchierone. Quando la discussione finisce, mi chiede se può prendere i beagle che restano e il formaggio da spalmare. Mi chiede il permesso, che uomo. Davvero sta diventando il mio eroe personale. Non so se sia reale, di certo è umano e molto più vivo di tutti noi. In mancanza di una sua foto, metto quella di Norman, che è nel mio Olimpo ormai da molti anni. P.S. Norman ti vedo in forma... L'hai ritoccata con Acrobat? Non mi sembri lo stesso che è stato avvistato ubiraco in canottiera in una notte gelida nei pressi di Cuneo. Qui radio fante ha detto così, aspetto la smentita.

martedì 13 novembre 2007

La TPU

Amundson Hall, 432: rantolo, fulmine, scocca avrebbe scritto Pratolini per una storia d'amore conclusa amaramente. Invece è la TPU110 millesimata '75. Comincia a rantolare, ma stavolta preoccupante, gutturale. Tendiamo l'orecchio, il rantolo diventa raschio, scocca una scintilla e la TPU si spegne con una fiamma arancione dal lato del controllore. Ascoltiamo il ronzio che muore senza la grinta di Symplicius. Questo un mese e mezzo fa. Scopriamo che la TPU110 è obsoleta e non ci sono parti di ricambio, almeno negli Stati Uniti. Ma esiste una comunità di tecnici in grado di ripararla. Si contano sulle dita di una mano, si conoscono tutti e all'unanimità decidono per noi che la TPU va spedita in Arizona dove verrà riparata per 1300$. Con 200$ in più è incluso il trattamento di urgenza e la riavremo in una settimana. Già pregustiamo la pompa refurbished. Dopo una settimana, silenzio. Deve arrivare il kit, quello delle giovani marmotte, immagino: il kit c'è, ma bisogna rispettare i tempi di consegna della compagnia che lo fornisce. Le settimane diventano due. Appena arriva il kit, tempo tre giorni e la turbo torna come nuova. Alle terza settimana serpeggia il nervosismo. Il kit è arrivato, ma il tecnico non si fa sentire. Chiamate quotidiane non servono a niente. Entriamo nella quarta settimana e mi viene voglia di chiamare Picchio. Why don't we call Woodpecker? Con 1500$ l'aereo riusciamo a pagarglielo, lo ospito io gratis (gli lascio il letto e io dormo sul divano), con una colletta in otto l'uscita la copriamo. Immagino già quanto velocemente Woodpecker potrebbe parlare per l'emozione di una trasferta a Minneapolis, un turbine di parole che neanche un linotipista riuscirebbe a reggere. Al termine della quarta settimana, arriva la chiamata. "Sono appena tornato da New Orleans. La TPU110 è roba da fiera, ormai non le riparano neanche più. L'abbiamo spedita a Boston per vedere se riescono a bilanciarla, ma è molto difficile." L'uomo è sfuggente. Capisco dopo. A New Orleans, mi dicono, ci si va o per il Martedì Grasso o per i bordelli. Considerando che la settimana in questione è quella di Halloween, il tecnico e la TPU110 sono andati a puttane. Lui è tornato intero, bordellatore insaziabile, sbeffegiatore e crapulone, facile al gozzoviglio che rifugge la virtù per seguire il vizio. La TPU torna a pezzi una settimana dopo. Già vedo bambini maleducati che infilano le dita ovunque allo stand delle macchine da vuoto. Già un papà finto competente interrogherà il venditore di turno su improbabili prestazioni del rottame. TPU da baraccone. Ma la cantina di Lanny è piena di tesori. Non importa più, i soldi tornano indietro. Montiamo un modello perfettamente funzionante che Lanny usava per gli esperimenti UV. TPU 070 millesimata '71. E questa gira, con la grinta di Rocky Marciano, con la grinta del Grinta quando gioca a pallavolo e chi perde paga.

mercoledì 24 ottobre 2007

I support the UofM workers

St. Paul, St. Anthony Park: per l'ultima di campionato, partita serale. Giochiamo contro la sesta, noi siamo quarti ed entrambe le squadre sono fuori dalla lotta playoff. Rimango in panchina, ovvero mi allineo a bordocampo in abiti borghesi e calzino da ragioniere d'ordinanza. Lascio spazio alla giovane promessa della squadra, un post doc coreano 35enne le cui progressioni offensive sono temibili quanto quelle di Raimondo Vianello nella Partita del Cuore. Mentre il virgulto arranca in fascia, commento con l'allenatore: scarliga merluss che l'è minga el to uss, come m'ha insegnato l'EnricoDell'Officina (tutto attaccato) e l'allenatore mi guarda come se avessi bestemmiato tutti i santi e insultato sua madre. Il merluss che scarliga sono io e me ne vado fra il pubblico, composto dal bidello Tim e dal bidello in pensione Hank. Manca Frida e mi viene spiegato che con l'arrivo del freddo a Minneapolis sono poche le strutture di accoglienza realmente attrezzate. In sostituzione, viene regalato un biglietto per Chicago dove il freddo non è polare come qui e le strutture adeguate. Qualcuno da Chicago non torna e un paio di senzatetto locali risultano dispersi o più probabilmente uccisi dal freddo. Ma Frida ha un percorso noto e lo rispetta ogni anno, perciò tutti la aspetteremo a primavera. C'è fermento nell'ambiente dei bidelli per via di uno sciopero a oltranza. Il personale di servizio dell'università del Minnesota chiede l'aumento del 3% dello stipendio (credo) e, vistoselo negare, ha indetto uno sciopero che è cominciato un paio di settimane fa. Lo sciopero consiste in una ronda di 4 o 5 lavoratori che girano con piccoli cartelli con la scritta Worker on Strike. Niente di più, fanno i turni per non far mancare il servizio. Assieme a me, Tim e Hank (se smette di fare il timido, vi mando una sua foto perchè credo che vada lo stesso barbiere di Tilli Romero) si associa alla discussione B**d, mio compagno di dottorato. Non sembra d'accordo con loro e con mia grossa sorpresa risponde: "Ma perchè non cambiate lavoro? Se un lavoro non ti piace, lo cambi". Non volevo fare polemica, ho solo risposto una cosa banale. Ho soltanto detto che non era assolutamente vero, che penso che uno faccia il bidello per necessità perchè pulire la merda non proprio è un lavoro da leccarsi le dita, ti deve essere in qualche modo capitato. E che se non lo cambiano è perchè forse con tutta l'immigrazione che c'è qui la società di pulizie fa prima a licenziarli e a prendere un altro in coda. Apriti cielo. Il bidello in pensione Hank ha i lucciconi agli occhi e la faccia di uno che mi incita a daghelo dur. Tim non ha parole dal piacere, mi dirà poi in separata sede che quando voglio mi viene a fare le pulizie in casa per un prezzo di favore. E no, il clientelarismo a Botteghe Oscure non lo vogliamo più, mi verrebbe da rispondere al caro compagno Tim, paradigma dello sfruttato moderno. Invece, mi accordo per un buon 20$ a pulizia dell'appartamento e tanti saluti. Altro che yacht e maglioncini di cachemire, qui secchio e ramazza. Come premio per l'afflato giacobino ricevo una spilla grigia con la scritta "I support the UofM Workers". Non mi sembra di aver detto niente di ribelle nè di avere dato fuoco alle polveri. A fine partita Han-Choi-Vianello è sfiancato. Abbiamo perso di nuovo, scivoliamo al quinto posto e ci prepariamo per il campionato indoor e per le barricate contro i padroni delle società di pulizie.

Nell'immagine Tilli Romero, noto da queste parti per la somiglianza con Hank, a parte camicia e giacca.